Struttura della chiesa

A chi la osserva dall’esterno la chiesa del Villaggio Prealpino presenta una facciata singolare: non è un complesso piano, ricco di colonne, pilastri, statue, marmi veri o finti come altrove si nota; ma una superficie liscia, a forma concava, che sembra quasi invitare, accogliere, ab­bracciare; e la sua semplicità non è fredda, scostante, ma vibrante di calore nella tinta del mattone; e civettuola con quei sei gioielli che l’adornano in alto, sei finestrelle traforate che incastonano ora zaffiri di cielo sereno, ora ombre perlate di nuvole. In basso tre volte leggere si uni­scono a formare un protiro che sembra librato nell’aria tanto sono esili le colonnette che lo sostengono come steli di un fiore.
Entrando si nota immediatamente l’originalità dell’ar­chitettura che ritma lo spazio in tre grandi masse successi­ve, con un’ampiezza che prorompe più vasta e più luminosa verso l’abside, come un anelito che si fa più intenso avvicinandosi all’altare. Questo s’accampa su un triangolo a liste verticali di legno e sembra privo di sostegni, sospeso fra i gradini e la volta dell’abside,fra la terra e il cielo. Il motivo dello sfondo triangolare ritorna ai due. altari minori, sostenuti da un pilastrino elegantissimo che rastrema verso il basso la sua forma poliedrica.
Guardando l’abside, colpisce una macchia turchina che spicca su uno sfondo a prima vista amorfo, color mattone: è un lembo di cielo, dal quale piove una luce rarefatta, incorporea, che rileva la figura della vergine Giulia: la Santa tiene in una mano la croce (simbolo) del suo martirio, nell’altra, riuniti in mazzo, il giglio della virtù e la palma della vittoria; incede calma nel suo abito bianco, con lo sguardo assorto lontano, oltre le nostre teste, fisso ad un punto che tutto le fa trascurare. In quella luce acquista la sua vita e la sua dimensione il colore circostante che pareva neutro: è rovente come quello di un bracere, raggio d’amore in nuvole rosse di tramonto, visi infiammati di an­geli salmodianti in onore della gloriosa: « Triumphum martyrum hymnis celebrate!». E la pacata melodia e solenne si effonde nell’abside, in tutta la chiesa, al ritmo delle braccia osannanti.
A sinistra dell’abside è dipinta sopra un altare la Ver­gine del rosario, vestita di cielo: regge un bimbo che con gesto festoso ci mostra la corona, a quel viso ridente ap­poggia il suo la madre, e con occhi fissi ci osserva, ci fruga nell’anima, come una madre.
Sull’altro altare spicca il santo d’Assisi, la sua figura non ha più volume e i suoi piedi non toccano più la terra mentre egli dice: «Laudato si’, mi’ Signore». Laudato si’ per frate foco, che qui è rappresentato fonte di calore nella fiamma che brucia e datore di luce sulla candela e sulla lampada accesa; laudato si’ per sora acqua e per gli animali che sostenta, per la terra, per le nuvole e per la pioggia; laudato si’ per tutte le creature, fra le quali timida e candida si aggira la colomba.
Sui fianchi della grande navata la « Via crucis » rap­presenta il dramma della passione. Vedi il Cristo che a fronte alta, ritto davanti a Pilato mollemente seduto, scet­tico e indagatore, sembra dichiarare: « Io sono il re dei Giudei ». Lo vedi accogliere la croce a braccia aperte e valutarne sgomento la mole. Lo vedi cadere. Poi noti vicino a Lui la Madre, il pio Cireneo dalle non ignote fattezze, la Veronica, le donne, quel ceffo che lo spoglia, l’altro che crudelmente intento lo inchioda al legno. Lo vedi infine crocifisso, con la Madre accanto.
Ora, in un canto, sorge un’impalcatura su cui lavora il pittore Vittorio Trainini: segna col carboncino le figure sul muro, ha già tracciato i lineamenti di papa Montini, di un angelo, della folla. E i tratti spiccano netti sulla parete, quasi rilevati. Confrontando questo studio con gli affreschi già finiti, ti pare che qui i colori e le linee siano troppo smorzati e le dimensioni prive di rilievo. Ma osservarle nel­l’insieme queste figure: senza rinunciare alla propria pe­culiare vita espressiva, vivono e respirano con lo stesso ritmo dell’architettura, prive di rilievi e di macchie che ne disturbino il fluire armonioso. Gli unici tratti rilevati e vivi per sé stessi li noti nei visi, in quegli occhi ora assorti ora puntati, ora mansueti, ora truci, sempre eloquentissimi

Tratto da “SANTA GIULIA. INCONTRO CON LA PATRONA NEL PRIMO QUINQUENNIO DELLA COMUNITÀ PARROCCHIALE”, maggio 1964